LA STORIA

La Sezione di Ancona è stata costituita nel lontano 1947 dal  Paracadutista RICCI Corrado già del 185° Reggimento Paracadutisti “Nembo” che ne fu il primo Presidente. Aderirono inoltre Silvio BRILLI e Giuseppe MAZZANTI del 185° Rgt.”Nembo”; i  folgorini  Luciano MAIOLATESI, Alberto FRATTINI ed il Dr. William TABONE; l’ex RSI Nicola PRESENTAZZI. L’Associazione allora era denominata Associazione Nazionale Paracadutisti ed era affiliata alla Federazione Italiana Paracadutisti Sportivi. Nel 1948 la Sezione organizza la prima manifestazione lancistica con il Caproni 133 (la famosa Vacca) residuato della guerra 15/18. Infatti fece un solo passaggio e poi ando ad abbellire qualche museo Aeronautico. In quel periodo i lanci si facevano con il vecchio IF 41 senza emergenza, la quale venne adottata verso la fine del 1949. Altra manifestazione lancistica fu fatta dinanzi alla Fiera della Pesca in Ancona con lanci in mare da velivolo SM 82 ed in quella occasione intervennero anche i primi paracadutisti che praticavano l’apertura comandata fra i quali: Cannarozzo, Persevalli, Milani e Rinaldi. I primi due perirono negli anni successivi a causa di aperture troppo basse.

 

Nel 1949 a causa di un trasferimento per lavoro, RICCI lascia la Presidenza e il testimone passa nelle mani di Arnaldo DOLCINI che guida la Sezione fino al 1956. Durante questo  periodo della sua Presidenza, vengono svolti numerosi Corsi Allievi Paracadutisti e si brevettarono numeri giovanotti e ragazze. Cominciarono ad infoltire il gruppo anche   i  paracadutisti militari che avevano prestato servizio presso il rinato Centro Militare di Paracadutismo di Viterbo : Lorenzo CATALANI, Franco FIORETTI e  Edoardo MENGONI. Vengono effettuate anche due esercitazione lancistiche  con velivolo civile presso l’aeroporto di Falconara (maggio 1954) e Fano 15 agosto 1954. Venne anche organizzato il 27 giugno 1954,  in occasione del 10° Anniversario della Battaglia di Filottrano, un Raduno Nazionale dei Paracadutisti. Nel 1957, la Sezione passa sotto la Presidenza di Silvio BRILLI ed anche lui continua l’attività dei Corsi Allievi ed esercitazioni lancistiche  di interesse militare con velivolo civile a Fano il 18 agosto  con 112 lanci. Altre esercitazioni si svolgono a Loreto l’8 settembre 1959 con aereo militare – imbarco all’aeroporto di Jesi e lanci nell’ex aeroporto di Scossici (Loreto), ed Ancona a Fano il 17 luglio 1960.

 

Segue un periodo oscuro, durante il quale la Sezione passa momenti difficili e nel frattempo nasce la Sezione di Fano, guidata dal Folgorino William  Dr. Tabone. Il 21 settembre 1963 si riuniscono in Ancona nella sede della Sezione in piazza Plebiscito 37, un gruppo di 16 paracadutisti Ordinari e 5 aggregati, convocati dal Comm. Lassale ERRANI Consigliere Nazionale della IV^ Zona dell’ANPd’I, i quali decidono unanimi di ricostituire la Sezione Provinciale di Ancona con la nuova denominazione dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia – Presidente resta Silvio BRILLI, il quale rimane in carica fino 31 dicembre 1970. Questo è l’elenco dei partecipanti: soci ordinari:  BENEDETTUCCI Antonio di Rcanati, TABONE William di Fano, CIUFFOLINI Secondo di P.S.Elpidio, FIORETTI Franco di Falconara, PETRINI Roberto di Campofilone, GIULIANI Gino di Jesi, FERRACUTI Nicola di Fermo, MAIOLATESI Luciano di Jesi, MENGONI Edoardo di Ancona, FRATTINI Alberto di Fano, FRANCESCHINI Remo di Pesaro, DOLCINI Arnaldo di Ancona, BRILLI Silvio di Ancona, MASSARI Gianfranco di Ancona, BORGOGNONI Fausto di Jesi e CATALANI Lorenzo di Ostra. Soci Aggregati: MENGONI Bruno di Ancona, REMIDDI Francesco di Ancona, MACCIO’ Sergio di Jesi, GALLIANI Carolina in Macciò di Jesi e MELDOLESI Enrico di Castelfidardo.

 

La numerazione delle tessere subiscono variazioni ed ogni anno viene riformulato l’ordine in base al rinnovo, solo dal 1972 viene ripresa la numerazione progressiva con la tessera n° 01 rilasaciata al Presidente Franco FIORETTI che rimane in carica fino il 1974. In questo periodo incomincia la rinascita della Sezione con l’attività di lancio e con la collaborazione dell’Aero Club di Ancona – Falconara. I corsi si tenevano nella palestra delle scuole medie di Collemarino dove il Bidello, pa. Giuseppe MAZZANTI  ospitava. Era il periodo di Cipriano CAPPELLETTI, Goffredo MAZZANTI, Sandro RANUCCI – Presidente dell’Aeroclub, Stefano PAZZANI, Luciano FRABONI,  Raul RAGNI, Dino CARDINALI, Vittorio ZAVAGLIA, i  due fratelli REMIA Paolo e Luigi, Diego DONATI, Renzo DI BERT, Gabriele FANGI, Roberto MASCIO e così via, sino a superare gli oltre 2300 iscritti che al 30 giugno 2007 si trovano nell’archivio della Sezione.

 

Ritornando ai Presidenti, dopo Franco FIORETTI, subentra  nel  biennio 1974/75 Giuseppe MAZZANTI, per passare la Presidenza dal 1975 al 1991 al mitico Luciano MAIOLATESI Medaglia d’Argento al Valor Militare di El Alamein. 16 anni ininterrotti di  guida illuminata della Sezione ha portato il sodalizio a livelli nazionali di prestigio al punto di arrivare ad occupare il terzo posto in assoluto come numero di iscritti, subito dopo Milano e Roma. Per parlare di quest’uomo come soldato, come cittadino e patriota sarebbe necessario un volume intero, ma sommariamente questa è la sua storia: nato a Belvedere Ostrense il 2 aprile 1920, cresce a Jesi, fisico da atleta, si distingue nel gioco del calcio dove nel ruolo di portiere difende i colori della Jesina. Con la chiamata della leva e l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, Luciano chiede di andare nei paracadutisti e fu uno dei primi ad arrivare alla Scuola di Tarquinia il primo luglio del 1940 e formare il 1° Battaglione Paracadutisti comandato dal Ten.Col. BENSI vecchio caimano del Piave ed inquadrato nella 6^ Compagnia “Grifi”.

Quando al Battaglione venne usurpato il numero con 2°, perché il primo spettava all’Arma dei Carabinieri, a Tarquinia ci fu un ammutinamento che comportò l’allontanamento del Comandante BENSI e l’inserimento del Magg. ZANNINOVICH. Il Btg.rimase per 40 giorni in quarantena alle saline, per poi raggiungere Viterbo.

Foto: Luciano Maiolatesi il primo da destra, a Tarquinia, nel 1940, assieme al suo sergente istruttore e un altro camerata.

Prima di partire per l’Africa settentrionale, il Btg. partecipa a duri addestramenti sia di lancio con esercitazioni a fuoco assieme  i paracadutisti tedeschi di Ramcke sia nella zona del Viterbese che a Bolzano.Nella primavera del 1942 il  2°Btg. assieme a tutti i rimanenti Battaglioni dei Reggimenti 186°,187° ed i Gruppi del 185° Artiglieria, si trovarono in Puglia per un addestramento speciale in previsione di un impiego operativo per la conquista di MALTA, ma improvvisamente i piani cambiarono e furono dirottati a scaglioni tra il luglio ed agosto  in Africa Settentrionale, esattamente nel deserto Libico ed impiegati come fanteria leggera con l’avanzata di Rommel  che si fermò in Egitto a 105 Km. da Alessandria d’Egitto ad El Alamein nella linea che va dalla costa sino alle depressioni del Cattara (60 Km) circa. La Divisione Folgore, denominazione che  solo allora le venne assegnata, copriva circa una ventina di chilometri ,dal limite della depressione,dove sorgono due colline denominate dai Beduini  “il cammello” e chiamate” El Himeimat”, in direzione nord sino al “El Munassib”. In questo tratto la 6^ Compagnia di Luciano viene staccata dal II/187°Btg. e mandata a formare il Raggruppamento “Ruspoli”,  posto avanzato dello schieramento (quota 105) a difesa di un grande campo minato, senza tante possibilità di difesa all’infuori di quella di scavarsi  senza attrezzi idonei, delle buche più a fondo possibile per difendersi dal fuoco delle artiglierie  e dagli attacchi dei mezzi corazzati inglesi.  A Luciano venne assegnato un settore dove con il suo mitragliatore, il Breda 30 doveva battere. La notte del 23 ottobre1942 alle 21,00 circa, con un tiro di preparazione di artiglieria inglese di inaudita violenza inizia la Battaglia di “El Alamein”,che perdura fino alle luci dell’alba. Cessato il tiro di preparazione i paracadutisti della 6^ e tutto il Raggruppamento, videro avanzare i primi carri  Sherman,Matilda,Valentie e Grant, tutti dotati di ottime artiglierie da 75, 57 e 37 m/m ed alcuni dei quali attrezzati con le catene battenti per creare dei varchi nei campi minati , seguiti dalle fanterie. La gloriosa 6^ Cp. con l’appoggio di una Batteria di artiglieri del 185°con i  pezzi da 47/52 resistette per quasi tutta la giornata, ma esaurite tutte le munizioni , con le ferite aperte e medicate con mezzi di fortuna  per i più fortunati che non trovarono la morte, sopraffatti da un nemico in forze superiori e tagliati fuori da ogni contatto con il Comando, i supersiti si sono dovuti arrendere.

Ferito gravemente alla mano destra, Luciano dopo la cattura viene sommariamente medicato ed inviato nel campo di prigionia nella zona dei laghi amari del Canale di Suez. In seguito, viene considerato dagli inglesi non idoneo al combattimento e viene scambiato tramite una nave Ospedale con altrettanti prigionieri inglesi, sbarcando nel porto di Bari alla fine del 1942. Rientra nella sua Jesi e viene assunto dal Comune quale Usciere. Il Comandante Zanninovich lo propone per la M.A.V.M. che dopo il conflitto gli viene concessa con la seguente motivazione:

 

<Caporale paracadutista mitragliere capo arma già distintosi per intelligenza ed ardimento in precedenti azioni, attaccato da forze preponderanti contribuiva col fuoco calmo e preciso della sua arma a respingere un accanito attacco. Nuovamente attaccato, sorpassato, ma non sopraffatto dal numero e dai mezzi, continuava a rimanere al suo posto ed a dirigere il micidiale fuoco della sua arma. Gravemente ferito, esaurite le munizioni, rimasto con pochi valorosi, persisteva in tenace lotta a colpi di bombe a mano finchè riusciva, in virtù di audacia e stoica fermezza, a rintuzzare l’aggressività dell’attaccante.

( A.S.24 ottobre 1942)>.

Luciano Maiolatesi

La ferita non non si rimargina e di continuo deve sottoporsi ad interventi chirurgici per evitare la cancrena. La sera del 3 maggio 1956, dall’Ospedale Rizzoli di Bologna dove era ricoverato . Ecco come viene citato dal libro di Caccia Dominioni  “ALAMEIN 1933 – 1962 a pag. 345: Luciano MAIOLATESI, medaglia d’argento, il paracadutista del II battaglione, scrive una lettera al suo antico maggiore, il generale Zanninovich. Non è una lettera come le altre, perché Maiolatesi usa per l’ultima volta la sua mano destra, ferita tanti anni prima ad Alamein,incessante tormento che finalmente, con l’amputazione stabilita per l’indomani, cesserà.

 

< In questo momento in cui dovrò affrontare una nuova prova penso a Lei che mi ha insegnato di essere forte, di amare tanto la Patria. Prima di venire qui a Bologna per farmi animo ripassai tutte le Sue lettere, le lessi e rilessi perché in esse trovo la mia giovinezza, la mia forza e soprattutto il bene che Lei Signor Comandante ha per me>.

 

Finite le sofferenze, con la mano finta, come Lui la chiamava, Luciano dedica il suo tempo al servizio ed alla moglie ADA, ma soprattutto ai paracadutisti della Sezione.  Nel 1975 infatti, raggiunta la meritata pensione, si dedica interamente alla Sezione di Ancona  portandola a traguardi di primo piano in campo nazionale.

 

 

Luciano Maiolatesi

Per prima cosa ha riallacciato i contatti con i Comandi Militari  della Provincia, ma in particolar modo con la Brigata Paracadutisti “Folgore”; ha ripristinato il dovuto collegamento con l’Amministrazione Comunale di Filottrano ed i Reduci per celebrare annualmente le vicende della Battaglia di Filottrano combattuta dalla Divisione Paracadutisti “Nembo” nel luglio 1944,organizzando con solennità :  il 40° anniversario; lo spostamento del Cippo dall’incrocio dove si trovava, all’attuale sede dinanzi all’Ospedale, dove la Battaglia fu più cruenta. Al seguito di ogni ricorrenza  ha organizzato lanci da velivoli militari e civili; ottenuto per in 40° anniversario e la cerimonia dello spostamento la presenza di tre Bandiere di Guerra: 183°Nembo,184° art.Nembo” e 185° art.par. Folgore e di autorità a livello Ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore.

 

Da segnalare la grande amicizia che legava al Generale  Gaetano Pellegrino,già C.te della Brigata Folgore e C.te Generale della Guardia di Finanza ed il Gen. Giovanni Giostra ; la considerazione di tutti i vari Comandanti dei Reparti della Folgore; i contatti con i “Grifi”,  i superstiti della 6^ Compagnia ; il legame che univa con particolare affettività al 185° Art.Par.; di come seguiva i paracadutisti che uscivano dai Corsi Allievi della Sezione ed andavano a militare presso qualsiasi Ente,ma in particolar modo per coloro che desideravano far parte della Folgore: alcuni dei tanti casi: Stefano Pazzani che ha militato alla sua 6^ Cp.; Cipriano Cappelletti S.Ten di prima nomina al 185° Gruppo Art.Par. Folgore assieme al Mar.Renzo Di Bert ; al par.Bavona di Fano e tantissimi altri. Le innumerevoli esercitazioni lancistiche con aereo civile e paracadute militare effettuate presso l’Aeroporto di Fano, brevettando migliaia di allievi e l’attività che seguiva presso l’Aero Club di Falconara prima ed Alimarche poi con l’instancabile Mar. Aeronautica Dino Cardinali; le innumerevoli manifestazioni lancistiche in tutte le località delle Marche: Matelica, Sefro, Ostra, Corinaldo, Jesi, Gradara, Fano, Pesaro, Montalto Marche, Offida, Pagliare del Tronto, Ascoli Piceno tanto per citarne alcune. Era il periodo del pionierismo del paracadutismo sportivo, dove si usavano ancora delle vele tonde ed eravamo ai bagliori del paracadute a profilo alare. Il materiale, da parte della Brigata Folgore non mancava mai sempre tramite il Suo interessamento.

Foto in zona di lancio: in piedi da sinistra - Di Bert, Renato Pavan, Luciano Maiolatesi, Carlo Garofoli, Funzionario dell'Aviazione civile, Dino Cardinali, accosciati - Donati Diego, Reduce Folgore di Jesi, Paolo Remia e una folgorina.

Durante il Suo periodo ha fondato con i paracadutisti che prima iscriveva alla Sezione Anconetana come Nucleo, la Sezione di Matelica (MC); San Ginesio (MC)e San Marco Ascoli Piceno. Ha ricostruito e fatto conoscere un fatto d’arme che si è svolto nella zona di Visso (MC) nel periodo di marzo 1944, dove due pattuglie di paracadutisti del 185°Reggimento Arditi Paracadutisti “Nembo” vennero lanciati nella zona di “Macereto” sui monti Sibillini, a seguito di cui furono concesse due Medaglie d’Oro al Valore al Ten. Italo Castaldi ed il Serg.Magg. Salvatore Micale  fucilati dopo un duro combattimento. Ha mantenuto i contatti con i Reduci Nembo ed incoraggiato il Mar. Minischetti per la costruzione del monumento di Sforzacosta che ricorda i Caduti di quel fatto d’arme  del 26 giugno 1944. Con i Reduci  Folgore della  Sezione: Dr. William Tabone e Alberto Frattini e tutti coloro che lo hanno lasciato prima di lui, i rapporti sono stati sempre imperniati sui grandi temi  dell’amor  ed onore per la Patria, il rispetto di tutti coloro sono caduti per un ideale ed il grande spirito di Corpo dei Paracadutisti Italiani, siano essi abbiano combattuto al nord o al sud. Ha allacciato  rapporti con i paracadutisti europei: Francesi,Belgi e Tedeschi costituendo gemellaggi che ancora oggi resistono con la Sezione Francese di Thionville e quella Tedesca di Merzig e la Belga di Arlon.

 

Il 4 dicembre 1991, giorno di S. Barbara, Luciano ci ha lasciato sgomenti intorno le 14,00. ai funerali  del giorno successivo è intervenuto un picchetto armato del 5° Btg. ”El Alamein” di Siena e tantissimi paracadutisti di ogni ordine e grado venuti a rendere omaggio ad un grande. Il Vice Presidente, par. Lorenzo CATALANI guiderà la Sezione sino alle votazioni di gennaio 1992, dove l’Assemblea Ordinaria di Sezione elegge il Mar.Magg. a.par.(aus) Renzo DI BERT 

I PARACADUTISTI PASSATI A MIGLIOR VITA

 

  • RICCI Corrado

  • DOLCINI Arnaldo 

  • BRILLI Silvio 

  • MAZZANTI Giuseppe

  • MAIOLATESI Luciano 

  • TABONE dr. William 

  • FRATTINI Alberto

  • PRESENTAZZI Nicola

  • CATALANI Lorenzo 

  • BENEDETTUCCI Antonio

  • GIULIANI Gino

  • MASSARI Gianfranco

  • BORGOGNONI Fausto

  • REMIDDI Francesco

  • CARDINALI Dino

  • Gen. Gaetano PELLEGRINO

  • ALLEGRI Mario

  • Silvi Savino

  • Achille Stefano

  • Governatori Giovanni

  • Mengoni Edoardo

  • Carletti Aldobrandino

BELVEDERE OSTRENSE: Città natale di Luciano Maiolatesi e sito della Sua ultima dimora, dedica una Via in suo onore.

A seguito dell’iniziativa del primo cittadino di Belvedere Ostrense, il Dott. Lamberto PIERMARTINI, il 13 dicembre 1998 è stata inaugurata una Via alla M.A.V.M. Luciano MAIOLATESI.

M.A.V.M.  Luciano Maiolatesi : il leone della Folgore di Marco Palmolella

Luciano Maiolatesi era nato a Belvedere Ostrense (An) il 2 Aprile 1920, era figlio di Assunta Corinaldesi e di Ernesto, quest’ultimo un bravo decoratore e capace clarinettista nella locale banda musicale. Luciano era il maggiore di tre figli, oltre a Luciano c’erano Palmira e Rosa. Rimasti orfani di padre nella fanciullezza, qualche anno dopo la mamma Assunta decise di trasferirsi a Jesi, così i tre bambini crebbero nella zona del Prato. Per aiutare la famiglia, Luciano, già ragazzo robusto, lavorava presso i cordai “per brillare la ruota”, con queste azioni si confezionavano le corde. Infatti, l’attività dei cordai, in quel quartiere di Jesi, nella prima metà del secolo scorso, era molto fiorente.

 

Particolarmente portato per lo sport, divenne un ottimo portiere di calcio, giocando fino alla guerra in porta con la Jesina calcio. Purtroppo per la carriera di Luciano, il gioco del calcio, in quel tempo, non offriva quelle entrate economiche che gli avrebbe permesso di condurre una vita da atleta professionista. Pur essendo un grande giocatore, tanto che avrebbe potuto accedere alle squadre superiori, mancavano le condizioni economiche per un suo trasferimento in altre città e nelle formazioni calcistiche più titolate. Chiamato alla leva militare dall’esercito, di nascosto dalla famiglia, fece domanda volontaria di arruolamento per entrare nel corpo dei paracadutisti. La mamma e le sorelle non sapevano nulla di questa scelta; infatti, Luciano, per non mettere in apprensione la famiglia, nascose questa decisione a tutti, anche agli amici. Fu inviato per l’addestramento alla Regia Scuola di Paracadutismo di Tarquinia. Infatti, nel 1940, nasceva in Italia la prima Scuola Militare di Paracadutismo che era animata dal Colonnello pilota e paracadutista Giuseppe Baudoin de Gillette. In questa scuola arrivarono i giovani di ogni reparto delle forze armate, si registrava una grande abbondanza di volontari, ma anche una rigorosa selezione, tanto che oltre il sessanta per cento dei volontari paracadutisti furono scartati e rimandati ai loro reparti di provenienza. I ragazzi che superarono la selezione erano l’elite delle forze armate italiane, valorosi e prestanti fisicamente, tra questi c’era anche Luciano Maiolatesi.

 

La Scuola Militare di paracadutismo, in origine non aveva molte attrezzature, c’era solo un campo di volo e qualche baracca, ma l’audace Colonnello Giuseppe Baudoin de Gillette razziò in tutta Italia, anche di nascosto, torri metalliche, tende e altre attrezzature utili per l’addestramento, che poi diventarono le dotazioni di Tarquinia. Il 1 Luglio 1940, Luciano Maiolatesi fu inserito nel 1 Battaglione Paracadutisti di Tarquinia comandato dal Tenente Colonnello Bensi. A causa di una aspra contesa con l’Arma dei Carabinieri per l’assegnazione del numero 1 del Battaglione ci fu un cambio al comando del Battaglione, il Comandante Bensi fu sostituito dal Magg. Mario Zanninovich, ma non venne meno lo spirito, la volontà e l’audacia in tutti i paracadutisti.

 

Il ten. Col. Mario Zanninovich, di antica famiglia dalmata, divenne il nuovo comandante del II battaglione. Per Luciano seguirono mesi di duro addestramento, molti lanci si svolsero congiuntamente ai reparti tedeschi sia nella zona di Viterbo, sia in quella di Bolzano.

 

Nel 1942, nei mesi di Marzo ed Aprile, il  2° Battaglione, con alcuni Battaglioni dei Reggimenti 186°, 187° ed i Gruppi del 185° Artiglieria, furono trasferiti in Puglia, a Lecce, per preparare la conquista di Malta e di alcune zone della Grecia, tra queste Cefalonia, Zante e Itaca. In realtà, molti di questi reparti, in Estate, furono poi inviati in Africa Settentrionale, nel deserto libico e “impiegati come fanteria leggera con l’avanzata del Generale Rommel. Avanzata che si fermò in Egitto, a 111 Km. da Alessandria d’Egitto, nei pressi di El Alamein, nella linea che parte dalla costa sino alle depressioni di El Qattara, 60 Km circa. La Divisione Paracadutisti Folgore, denominazione che solo allora le fu assegnata, copriva circa una ventina di chilometri, dal limite della depressione, dove sorgono due colline denominate dai Beduini  “il cammello” e chiamate El Himeimat, in direzione nord sino a El Munassib. In questo tratto la 6° Compagnia di Luciano Maiolatesi fu staccata dal II/187° Btg. e mandata a formare il Raggruppamento Ruspoli. La sesta Compagnia fu schierata a quota 105, a difesa di un grande campo minato, con un fronte di circa tre chilometri. La zona era piatta, senza tante possibilità di difesa all’infuori di quella di scavarsi, senza attrezzi idonei, delle buche, il più profondo possibile, per difendersi dal fuoco delle artiglierie e dagli attacchi dei mezzi corazzati inglesi. A Luciano venne assegnato un settore dove, con il suo mitragliatore, il Breda 30, doveva contrastare il nemico, mentre la difesa controcarro era affidata ad una batteria di cannoni da 47/52 del 1/185°. La notte del 23 Ottobre 1942, alle 21,00 circa, con un tiro di preparazione di artiglieria inglese di inaudita violenza, iniziava la Battaglia di El Alamein, che continuò fino alle luci dell’alba. Quando cessarono i tiri di preparazione, i paracadutisti della 6° e tutto il Raggruppamento, videro avanzare i primi carri Sherman, Matilda, Valentie e Grant, tutti dotati di ottime artiglierie da 75, 57 e 37 m/m. Alcuni di questi carri erano attrezzati con le catene battenti per creare dei varchi nei campi minati, erano seguiti dalle fanterie. La gloriosa 6° Compagnia paracadutisti, con l’appoggio di una Batteria di artiglieri del 185°con i pezzi da 47/52, resistette per quasi tutta la giornata. Molti paracadutisti morirono, altri, esaurite tutte le munizioni, furono feriti e medicati con mezzi di fortuna. Senza colpi da sparare, i paracadutisti italiani furono sopraffatti da un nemico in forze superiori e tagliati fuori da ogni contatto con il Comando, i superstiti si dovettero arrendere”.1

 

Durante la battaglia Luciano Maiolatesi fu colpito. Non riusciva più a combattere, sia perché aveva esaurito tutte le munizioni del suo mitragliatore Breda e le bombe a mano, sia perché era stato gravemente ferito alla mano destra e all’avambraccio.

 

Ecco il racconto di Luciano Maiolatesi pubblicato nel testo: “Paolo Caccia Dominioni (a cura di). Le Trecento Ore a Nord di Qattara. Antologia di una battaglia”. In questo libro documento, un intero capitolo è dedicato allo jesino ed è intitolato: “Luciano Maiolatesi. Due giorni molto lunghi. Pagg. 213 – 220”.

 

“Al mattino del 23 Ottobre ero rientrato da un pattugliamento nella zona davanti a Deir el Munassib; nel nostro giro, durante la notte, non avevamo incontrato nulla di anormale, anzi, tutto ci era sembrato più calmo del solito. Mi sentivo stanco, spossato dalla marcia e dalla veglia, ma entro la buca il tempo non passava mai, anzi era lento, con le mosche che rendevano ancora più difficile il riposo. Mi giravo e rigiravo nell’angusto spazio, mentre il caldo mi rendeva madido di sudore e la camicia si incollava alla mia pelle: e il disagio cresceva. Fuori tutto era tranquillo, sembrava che la guerra fosse lontana. Non si udivano né rumori, né spari. Nulla faceva presagire che da lì a poche ore miglia e migliaia di uomini si sarebbero azzuffati nella più grande battaglia del fronte egiziano. Me ne stavo immobile, assorto nei miei pensieri che per la verità non erano rosei. Solo la volontà di compiere il mio dovere mi sorreggeva. Forse era la tristezza, forse era la nostalgia della mia casa. Poi la spensieratezza dei miei ventidue anni prese il sopravvento su ogni pensiero molesto, allontanando da me ogni spettro di ansia e di timore: e così, più sereno, mi addormentai. Qualche ora di riposo mi aveva rinfrancato, ma era anche vero che il fisico ormai cominciava a logorarsi per la cattiva alimentazione, per la vita in buca, per i disagi. Eppure lo spirito era ancora più saldo di quando avevo lasciato la mia bella Italia, e questo, in quel momento, era quello che contava. Se, ogni tanto, mi rendevo conto di essere fatto di carne ed ossa, e un pensiero dominante mi interrogava: potrei reggere? Non vacillerai? Il pensiero molesto mi torturava e lo scacciavo, ma quello tornava puntualmente. Sapevo perfettamente quale compito mi era stato affidato, e sapevo pure che, in caso di attacco nemico, la morte sarebbe stata al mio fianco, compagna paziente nell’attesa. Le prime ombre della sera calarono. Uscii dalla buca a guardare le stelle. Brillavano vivide e la maestosità del creato mi portava tanta serenità. Gli astri mi davano profonda commozione. Il mio spirito varcava lo spazio, andava a casa mia, da mia mamma, lontano dal mondo brutale della guerra. Stupendi pensieri mi fecero sentire la bellezza della vita. Sdraiato nella sabbia mi lasciavo cullare da sogni mentre la brezza portava sollievo alla mia arsura. Mi salirono alle labbra le note ardenti della nostra canzone: - Come Folgore dal cielo -. Un sinistro bagliore di fuoco mi richiamò alla realtà, e tutto l’orizzonte si illuminò di rosso, come se fosse scoppiato improvvisamente un colossale incendio, dalla Depressione al mare. Una valanga di ferro e di fuoco, dalle linee inglesi, si rovesciò sulle nostre. Una coltre impalpabile di polvere e sabbia si innalzava verso il cielo, mentre miriadi di schegge vagolavano per l’aria, cercando carne da mordere. Lampi accecanti, urla, schianti dominavano la notte che non era più notte e che rendeva ancora più tragica la scena. Attesi l’attacco, appiattito nella buca. Il fumo delle esplosioni e le nuvole di sabbia avevano steso una cortina davanti alla mia postazione, ma gli occhi riuscirono a scorgervi delle ombre e aprii il fuoco. Il dito stringeva il grilletto del mitragliatore, convulsamente, l’arma ubbidiva cantando e la vampa scaldava il mio viso, teso fino allo spasimo. Attento, coll’arma salda nelle mani, battevo con fuoco concentrato il settore che mi era stato assegnato: il nemico avanzava a sbalzi, si gettava a terra, si rialzava, correva, gridava: e io sparavo. Sentivo attorno a me il miagolio delle pallottole, ma avevo un solo pensiero, resistere e sparare secondo la consegna. Il duello durò ore. Attorno a me non era che distruzione e morte, ma il nemico non guadagnò un metro, restò inchiodato davanti al caposaldo, provò invano, e riprovò con veementi assalti. Nessun centro italiano cedette. Noi paracadutisti della sesta compagnia eravamo incollati su quella sabbia: il grido - Folgore! - superava lo stesso frastuono della battaglia. Vennero con i carri leggeri e con le bombe a mano: furono ributtati. Vennero con i carri pesanti, e allora riuscirono ad annientare qualche centro di fuoco, ma anche essi furono fermati e tanti roghi nella notte testimoniarono che le zampate dei Leoni della Folgore avevano lasciato solchi profondi. Era quasi l’alba, e vidi avvicinarsi, sulla destra, un carro pesante. Lasciai l’arma e presi una bottiglia incendiaria, pronto a lanciarla, ma prima che mi fosse a tiro, vidi alcune ombre alzarsi da terra, corrergli incontro, gettare qualcosa. Pochi attimi dopo il carro fu avvolto da fiamme, ma passò, manovrò, tornò sulle proprie tracce aprendo un fuoco micidiale con le sue armi. Quei prodi furono falciati, mentre io, impotente, ero inchiodato nella mia buca. Un pezzo anticarro, poco lontano, provò a distruggere quel mostro, ma quelle piccole granate non potevano far nulla contro quella spessa corazza: finché una fiammata si levò attorno al cannoncino: un boato, poi il silenzio. Il pezzo e i suoi bravi serventi non esistevano più. Vedevo il carro a un centinaio di metri da me: col suo pezzo distruggeva e uccideva. Un altro centro di fuoco saltò in aria. Sapevo che con la mia arma non potevo fare nulla, ma non potei più trattenermi, urlai: - Folgore - con tutta la mia rabbia, e sparai con foga contro il carro. Che almeno sentisse la mia voce e comprendesse che il caposaldo era ancora efficiente. Un duello tra un pigmeo e un gigante. Che cosa può fare un mitragliatore contro un cannone da 75? Intanto era venuta l’alba e tutto era cambiato. Il giorno nuovo aveva fugato le ombre della notte, portando un po’ di calma. Mi guardai attorno e non riconoscevo più il posto. In quelle poche ore molte cose erano cambiate: il campo minato non esisteva quasi più, il terreno era sconvolto dalle esplosioni, mentre carcasse di carri lentamente si consumavano nelle fiamme, innalzando verso il cielo un fumo acre e nero. Giacevano molti corpi, nelle posizioni più disparate. Soccorritori giungevano ai feriti che si lamentavano. Morti amici e nemici giacevano frammischiati, purificati dal sacrificio per la propria Patria. Uomini che non si conoscevano, presi nell’ingranaggio della guerra, appartenenti a razze diverse si erano scagliati gli uni contro gli altri in una zuffa mortale, insanguinando quell’arido deserto infestato da mosche e da scorpioni. In mezzo a tanto sfacelo, a tanta rovina, ero passato indenne. Non avevo pensato a nulla, avevo fatto il mio dovere, ma quanto avrei durato? Bevvi dalla borraccia un lungo sorso d’acqua, che non calmò l’arsura: avevo la gola in fuoco. Approfittai di quegli istanti per controllare l’arma, prendere altre munizioni e bombe a mano. Finalmente mi rilassai. La calma durò poco e la battaglia divampò di nuovo. La mia mente si sgombrò da ogni pensiero e ripresi a sparare. Non avvertivo né fame, né sete, ma sentivo il mio cuore palpitare e confondere i suoi battiti con tatatà dell’arma. Vivevo in un mondo irreale, mi sentivo sordo pur percependo rumori e suoni. Avvertivo la presenza della morte, la vedevo in faccia, ma non mi faceva più paura. Poi, mentre uscivo dalla postazione, udii un fragore di tuono, mi sentii avvolto da una vampata e violentemente urtato al braccio destro. Un dolore lancinante mi fece cadere in ginocchio: strinsi i denti per ricacciare in gola un urlo, vidi un fiore scarlatto che si disegnava nella sabbia. Mi passai alcune volte la mano sinistra sul viso, che doveva essere una tragica maschera di sudore, sangue e arena. Guardai il sole già alto, mi alzai in piedi, invocando Dio e la mamma. Poi ci fu la cattura. Fasciato alla meglio attendevo il mio turno di essere medicato al pronto soccorso inglese, istallato a soli cento metri dalla linea del fuoco. Guardavo verso il mio caposaldo e pensavo a quelli che non ne sarebbero più ritornati. Mi misi a piangere pensando alle mamme, alle spose, alle sorelle e ai figli che invano avrebbero atteso il ritorno dei loro cari. E quanti amici tra loro, mentre l’attesa di mia madre e delle mie sorelle avrebbe pur avuto, alla fine, la luce del ritorno. Ma gli amici avevano avuto la giovinezza stroncata per essere stati fedeli alla consegna avuta. Per me la via del ritorno, senza dubbio, sarebbe stata cosparsa di spine, ma per essi non v’era che la palma del martirio. Udivo gemiti e urla. Vedevo corpi maciullati e pieni di sangue. In una spianata la fila dei morti si allungava sempre più. Erano allineati come per una parata. Per i nemici morti non provavo né odio, né rancore, ma una grande pietà: anche essi avevano lottato per una Patria e per un ideale. Lo spettacolo crudo ed orrendo mi fu compagno per ore, nell’odore del sangue e della carne bruciata che prendeva allo stomaco. Non lo dimenticherò mai. Finalmente venne anche il mio turno e mi portarono dentro una grande tenda bianca. Uomini sporchi di sangue mi adagiarono sopra un lettino di medicazione, mi tagliarono gli indumenti di dosso, mi diedero una sigaretta e mi fecero una iniezione. Quindi venne il buio. Mi svegliai in un altro posto: il braccio ferito era stretto in una ingessatura e sentivo ancora dolore. Da lontano giungeva il rombo del cannone. Avevo gli occhi velati, vidi due soldati inglesi che mi montavano la guardia, poi il sonno mi vinse di nuovo. Non so quanto dormii. Fui svegliato da qualcuno che mi scuoteva. Vidi seduto presso a me un ufficiale medico inglese e un sottufficiale. Questi aveva in mano dei fogli, e, con un italiano approssimativo, mi chiese nome, cognome, grado e reparto di appartenenza. Diedi le mie generalità con calma, sollevandomi un poco sulla barella ov’ero adagiato, ma con fierezza dichiarai di essere un paracadutista della Folgore. L’ufficiale mi guardò sorridendo, mentre il sottufficiale scriveva, mi diede una sigaretta che accettai ringraziando. Poi se ne andarono, dopo avermi salutato militarmente. Da quel momento cominciava per me la vita dolorosa di ospedale e di prigionia, ma non mi sentivo un vinto. Per alcuni giorni vagai con una autoambulanza nelle immediate retrovie del fronte. A ogni tappa, sotto la tenda, mi vedevo sempre circondato da soldati inglesi che chiedevano, con curiosità e anche con ammirazione: -tu Folgore?- E rispondevo con orgoglio di sì. Comprendevo che veramente noi paracadutisti ci eravamo fatti una fama, se lo stesso nemico ci rispettava e ci ammirava. Dopo tanto peregrinare sulle piste desertiche, l’autoambulanza prese finalmente il nastro di asfalto e mi ricoverarono in vero ospedale, ad Alessandria, vi trovai tanti e tanti feriti italiani. Questa è la storia di due giorni molto lunghi, lunghi come l’eternità”2.

 

Luciano fu fatto prigioniero dagli Inglesi e portato in un campo di prigionia nei pressi del Canale di Suez dove ricevette cure sommarie e inadeguate alla gravità. Per gli Inglesi, in quelle condizioni, Luciano Maiolatesi non era più utile all’esercito italiano, per questo motivo non seguì la sorte di altri combattenti inviati prigionieri in India o nei campi di lavoro degli alleati, ma fu considerato non idoneo ad ogni attività. Per questo motivo Luciano Maiolatesi entrò in un gruppo di prigionieri italiani destinato ad essere scambiato con pari numero di soldati inglesi prigionieri. Luciano fu imbarcato su una nave battente bandiera della Croce Rossa e inviato, nel Dicembre 1942, a Bari.

 

Qui ricevette altre cure, ma non risolutive, alla fine fu inviato in convalescenza a Jesi, presso la famiglia, riabbracciando le sorelle Palmira, Rosa e la mamma Assunta che, da quando era iniziata la guerra, non avevano più avuto sue notizie e si temeva anche per la sua vita. Luciano riprese le vecchie passioni. Nonostante la ferita, con l’avambraccio completamente devastato, impossibilitato di giocare a calcio come portiere, tornò alle competizioni con la Jesina, giocando ala, risultando un veloce e bravo attaccante; il fisico del resto, dopo il durissimo addestramento da paracadutista, era integro e migliorato. Giocava bene anche come attaccante ed era molto ammirato dai suoi concittadini. Vista l’impossibilità di guarire e di ritornare alle armi, fu assunto dal Comune di Jesi.

 

Terminata la guerra, il Generale Mario Zanninovich si ricordò di Luciano e dell’eroica battaglia di El Alamein e lo propose per una medaglia al Valor militare che gli fu concessa con la seguente motivazione: “Caporale paracadutista mitragliere capo arma già distintosi per intelligenza ed ardimento in precedenti azioni, attaccato da forze preponderanti contribuiva col fuoco calmo e preciso della sua arma a respingere un accanito attacco. Nuovamente attaccato, sorpassato, ma non sopraffatto dal numero e dai mezzi, continuava a rimanere al suo posto ed a dirigere il micidiale fuoco della sua arma. Gravemente ferito, esaurite le munizioni, rimasto con pochi valorosi, persisteva in tenace lotta a colpi di bombe a mano finché riusciva, in virtù di audacia e stoica fermezza, a rintuzzare l’aggressività dell’attaccante. (24 Ottobre 1942)”.

 

Luciano Maiolatesi e gli altri paracadutisti combattenti ad El Alamein ricorrono in molti testi storici sulla seconda guerra mondiale e in particolare sulla battaglia di El Alamein, basti pensare ai seguenti autori: Alberto Bechi Luserna, Sisto Bodriti e Paolo Caccia Dominioni. Quest’ultimo, conte e barone, 14° signore di Sillavengo, generale, è stato un testimone oculare della vicenda di Luciano; infatti, anche lui fu ad El Alamein, era stato assegnato con il suo reparto di rinforzo alla 185° divisione paracadutisti Folgore riuscendo a sfuggire all'accerchiamento. Malgrado le cure presso il locale ospedale praticate a Luciano, la mano destra colpita ad El Alamein non riusciva a guarire, aveva perso completamente la sensibilità dell’avambraccio e della mano, nonostante la sorella Palmira, infermiera, si prodigasse con mille attenzioni. Per la mancanza di una corretta circolazione sanguigna, l’avambraccio era colpito da cancrena, i piccoli interventi chirurgici non furono risolutivi tanto che fu costretto al ricovero presso l’Ospedale Rizzoli di Bologna per l’amputazione dell’intero avambraccio, una soluzione per scongiurare danni peggiori.

 

La sera del 3 Maggio 1956, dall’Ospedale Rizzoli di Bologna dove era ricoverato, prima dell’intervento, volle scrivere, usando per l’ultima volta la mano destra, al suo caro comandante, il Generale Mario Zanninovich. Questo documento fu conservato dal destinatario e fu pubblicato in molti testi che costituiscono la letteratura più importante intorno la battaglia di El Alamein e sulla storia dei paracadutisti della Folgore. Ecco la lettera:

 

“Bologna 5 Maggio 1956.

 

Signor Generale,

 

sono da alcuni giorni ricoverato qui all’Istituto Rizzoli di Bologna, ma ho aspettato prima di scriverLe per sapere che operazione mi facevano o quando. Stamane è passato il Direttore e ha deciso di operarmi domani mattina, facendo l’amputazione della mia mano destra.

 

Questa notizia mi ha colpito, ma ora sono sereno perché nell’attimo che entrerò nella sala operatoria il mio pensiero andrà lontano, laggiù a El Alamein e rievocando quelle giornate avrò forza e farò sì che la mia paura scompaia. Vedrò il sorriso dei mie cari compagni Caduti. Essi saranno attorno a me e mi daranno forza, farò conto di andare ancora all’assalto per la mia cara Patria, sarà questa la mia forza, sarà questa che mi farà essere sorridente anche in questa dura prova. Questa nuova sofferenza, questo mio nuovo sangue sia per la mia amata Patria come un germe da cui sboccerà il fiore che ricordi agli Italiani di essere tali e che lontano dormono il sonno eterno tanti eroici Fratelli, quelli che furono i migliori, coloro che tutto diedero e nulla chiesero, coloro che sono vivi in noi nel ricordo perché ci furono d’esempio ieri, oggi e domani. Nel mio ricordo, mai spento sta Lei Comandante, in questo momento in cui dovrò affrontare una nuova dura prova penso a Lei che mi ha insegnato ad essere forte, di amare tanto la Patria. Questo pensiero sarà lo stimolo, affinché nel mio cuore entri la forza, come ne ebbi nel lontano ‘or’ in quelle giornate di gloria e di dolore. Prima di venire qui a Bologna, per farmi animo, ripassai tutte le Sue lettere, le lessi e rilessi perché in esse trovo la mia giovinezza, la mia forza, ma soprattutto trovo il bene che Lei Signor Comandante ha per me, come pure in esse io ho la certezza che per la Patria è bello donare ancora il sangue. Perdoni se con questa mia Le ho rubato un po’ di tempo e nell’attesa di avere una Sua Lettera, Le invio tanti distinti saluti.

 

Il Suo vecchio paracadutista Luciano Maiolatesi”.

 

Il Generale Paolo Caccia Dominioni nel testo “Le trecento ore a nord di Qattara” pubblicato sia da Longanesi, sia da Mursia, riportava: “Del caporale paracadutista Luciano Maiolatesi, classe 1920, da Jesi, del II Battaglione Folgore, 6° Compagnia. Mutilato, medaglia d’argento sul campo, impiegato presso il Comune di Jesi. Il nemico che lo aveva catturato gravemente ferito, cercò, con successivi interventi, di salvargli il braccio destro. Dopo il rimpatrio, i tentativi continuarono, con nuovi atti operatori, ma soltanto dopo quattordici anni, che furono una estenuante prova, si decise l’amputazione della mano, eseguita il 4 Maggio 1956 presso l’Istituto Rizzoli di Bologna. La sera prima volle scrivere una nobile lettera al suo antico maggiore, il Generale Mario Zanninovich, usando per l’ultima volta la mano destra”. Nel messaggio, riportato per intero nel volume - I Ragazzi della Folgore - di Alberto Bechi Luserna si leggono i passaggi seguenti: - Nel mio ricordo mai spento sta Lei … -. Per Luciano Maiolatesi altri interventi chirurgici, successive amputazioni, dovevano ancora venire in seguito. Un calvario di un quarto di secolo. Ma l’uomo resta, fisicamente e moralmente, atletico e dominatore, fiero e impavido. Mai si è ripiegato su se stesso, circondato dall’orgoglio e dall’affetto dei vecchi paracadutisti Folgore e dei Guastatori del XXXI Battaglione, che lo considerano una fiaccola e come esempio incomparabile”.

 

Maiolatesi, nel dopoguerra, fu assunto dal Comune di Jesi, svolse una vita normale; ben presto si abituò a lavorare con la mano sinistra, scriveva benissimo e velocemente sia a mano, sia con la macchina da scrivere. Svolgeva tutte le attività in autonomia, senza mai lamentarsi, usando solo la mano sinistra.

 

Il Generale Paolo Caccia Dominioni, nel dopoguerra, fu più volte ospite di Luciano a Jesi e lasciò alla famiglia Maiolatesi anche alcuni quadri in ricordo della Sua ecletticità. Tantissimi militari, ancora in servizio, spesso venivano a Jesi per incontrare Luciano. Iniziò ad occuparsi di paracadutismo, non solo perché ebbe la voglia e il coraggio di lanciarsi in tandem anche dopo l’amputazione del braccio, ma perché promosse ed incrementò la vita e l’associazionismo paracadutistico sia nella provincia di Ancona, sia in ambito nazionale. Luciano, dopo il congedo, era diventato membro della sezione di Ancona dei paracadutisti, istituita dal paracadutista Corrado Ricci nel 1947. Luciano fu un socio attivo, collaborando sempre con tutti paracadutisti della sezione fino all’ultimo giorno della sua bella vita. Ricordiamo solo alcuni nomi dei paracadutisti attivi in sezione: Alberto Frattini, William Tabone, Arnaldo Dolcini, Lorenzo Catalani, Franco Fioretti,  Edoardo Mengoni, Silvio Brilli, Giuseppe Mazzanti e il mitico Maresciallo Renzo Di Bert.

 

Luciano Maiolatesi fu Presidente della Sezione paracadutisti di Ancona tra il 1975 e il 1991, fu un impegno gestito con grande passione e slancio, tanto che la sezione dei paracadutisti di Ancona raggiunse un altissimo livello di prestigio fino ad arrivare ad occupare il terzo posto in assoluto come numero di iscritti, subito dopo Milano e Roma. Nella sua sezione anconetana raccolse importanti adesioni di ufficiali paracadutisti di tutta Italia. Condivise l’amicizia con associazioni paracadutistiche di tutta Europa, in particolare in Francia e in Belgio, partecipando ai loro raduni o invitando i paracadutisti europei nella varie manifestazioni marchigiane, principalmente a Filottrano. Luciano Maiolatesi dedicò tutta la sua vita alla conservazione della memoria dei fatti di El Alamein e di altre vicende che ebbero come protagonisti i paracadutisti, per esempio la battaglia di Filottrano; nello stesso tempo promosse l’attività lancistica, organizzando anche manifestazioni paracadutistiche con trofei in tutte le Marche e promosse l’attività di tutte le associazioni paracadutistiche, italiane ed europee, oltre a quella anconetana. Le istituzioni vollero segnalare questo impegno con dei riconoscimenti pubblici: nel 1978 ottenne il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana e nel 1989 quello di Ufficiale, oltre a questi titoli ricevette moltissimi attestati delle associazioni ex combattentistiche italiane ed europee, ma lui mai si vantò di questo.

 

La morte lo colse all’improvviso, nel pieno della sua attività a favore dei para. Il 4 Dicembre 1991, giorno di S. Barbara, intorno le ore 14,00, Luciano improvvisamente è scomparso. Ai funerali celebrati il 6 Dicembre a Jesi (An), si è potuto vedere l’alta considerazione che Maiolatesi godeva in città e nella Brigata Folgore. Ai suoi funerali sono intervenute tantissime autorità, ricordiamo solo il Presidente nazionale dei paracadutisti Generale Franco De Vita e il Generale Vladimiro Rossi. Un picchetto armato del 5° Btg. ”El Alamein” di Siena ha preso in consegna il feretro e lo ha scortato in armi dalla camera mortuaria dell’ospedale di Jesi fino alla chiesa di San Giovanni Battista. Un paracadutista militare, in armi, seguiva il feretro con un cuscino su cui era stato posto il basco e le onorificenze. Tantissimi paracadutisti, di ogni ordine e grado, venuti a rendere omaggio ad un grande, hanno mostrato commozione e hanno rievocato una miriade di ricordi che vedevano protagonista un uomo che aveva dedicato tutta la sua vita al paracadutismo militare e civile. Pochi uomini hanno avuto così importanti onori, oltre al picchetto in armi, era presente un paracadutista trombettiere che ha suonato il silenzio in chiesa mentre i commilitoni, sul “presentat'arm”, rendevano gli onori militari.

 

 

1 Gran parte di queste notizie sono state acquisite da alcuni opuscoli pubblicati dall’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, Sezione provinciale di Ancona – M.A.V.M. Luciano Maiolatesi.

 

2 “Paolo Caccia Dominioni (a cura di). Le Trecento Ore a Nord di Qattara.Antologia di una battaglia”. Capitolo: “Luciano Maiolatesi. Due

giorni molto lunghi. Pagg. 213 – 220”.

Fonte: http://oplon.jimdo.com/articoli/il-parà-luciano-maiolatesi/

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CENNI STORICI SULLA NASCITA DEL PARACADUTISMO

UNA VOLTA CHE AVRETE CONOSCIUTO IL VOLO, CAMMINERETE SULLA TERRA GUARDANDO IL CIELO, PERCHE’ LA’ SIETE STATI E LA’ DESIDERETE TORNARE.                                                                                                                           Leonardo da Vinci

 

In generale la maggioranza degli individui sentendo parlare  di paracadutismo reagiscono prima con stupore nei confronti dell’interlocutore ,immediatamente dopo con l’ansia  che, naturalmente la sfida verso il vuoto, dispensa. Dopo queste reazioni, gli stessi finiscono, nella maggior parte dei casi, definendo la disciplina del paracadutismo  pericolosa; COSI’ NON E’!!!

Innanzi tutto il paracadutismo è una disciplina sicura. Dati alla mano si può tranquillamente affermare lo sci oppure il ciclismo sport più pericolosi. Su una nota testata nazionale tempo addietro era riportata l’incidenza degli infortuni ,nel paracadutismo si attestano sullo 0,0175%, quindi bassissimo!!!

Questo perché il paracadutismo nei trecento anni di storia dalla sua nascita ha subito come altri mezzi di trasporto, una continua evoluzione, sia nei materiali, sia nelle procedure, inseguendo sempre il valore primario senza il quale non avrebbe avuto fortuna, la SICUREZZA.

Fatta questa premessa pensiamo sia interessante  introdurre un po’ di storia del percorso che questo mezzo di trasporto, dal fascino particolare, ha compiuto.

Intorno al 1100 si ha notizia che acrobati cinesi si lanciassero dalle torri e dagli edifici utilizzando, per rallentare la caduta, strutture rigide a forma di ombrello.

Nel 1502 Leonardo da Vinci, riconosciuto come il teorizzatore della forma e superfice necessarie al mezzo che avrebbe consentito ad un’uomo di atterrare senza alcun danno, elabora la sua teoria

Il paracadute da lui ideato aveva forma piramidale e tenuto aperto alla base da 4 asticelle di legno. Nel Codice Atlantico, Leonardo descrive le dimensioni di questo strumento: ”se un’ uomo ha un padiglione di pannolino intasato che sia 12 braccia per faccia e alto 12 , potrà gittarsi d’ogni grande altezza senza alcun danno di sé”.

500 anni dopo un paracadutista inglese dimostrerà la validità della teoria di  Leonardo. Seguendo le indicazioni scritte nel codice appena citato Adrian Nicholas ( così si chiama il paracadutista) costruisce il paracadute leonardesco, utilizzando materiali dell’epoca, il peso complessivo sarà di 85 kg.

Nel giugno del 2000,nella provincia   sudafricana di Mpumalanga,  il primo paracadute della storia viene agganciato ad una mongolfiera e dalla quota  di 3000 metri inizia la sua discesa. Le riprese filmate mostrano una discesa stabile e  un rateo di discesa simile ad un paracadute ad ala. Alla quota di 600 metri Adrian si  sgancia dal paracadute di Leonardo  e apre un paracadute moderno. La teoria di Leonardo era esatta.

Nel 1617 sempre un’ italiano, Fausto Venanzio si lancia con successo da una torre a Venezia. Il paracadute ha una forma squadrata ed è tenuto aperto da una struttura rigida

Nel 1785, questa volta in Francia, Jean Pierre Blanchard inventa il paracadute pieghevole e lo sperimenta con successo lanciandosi da un pallone aerostatico.

Ma il primo vero paracadutista porta il nome del parigino  Andrè Jacques Garnerin ,per i numerosi lanci effettuati, il primo dei quali avviene il 22 ottobre 1797  nei cieli di Parigi e precisamente sopra Parc Monceau. In questa occasione costruisce  il proprio mezzo in meno di una settimana. Il paracadute, dal diametro di 32 piedi, circa 10 metri, ha 36 fusi ,privo di qualsiasi foro, quel  giorno si apre  perfettamente  ma oscilla notevolmente provocando all’utilizzatore la nausea. Sarà il fisico Lalande l’anno seguente a suggerire il perfezionamento necessario ad ovviare al problema :  Garnerin apporterà un foro all’apice della calotta, la modifica ridurrà già da allora la calotta  le oscillazioni. L’anno successivo ,Jeanne –Genevieve Labrosse, moglie di Garnerin, diventa la prima donna a lanciarsi con il paracadute. I paracadute costruiti fino ad allora non hanno imbragatura. La calotta è racchiusa dentro un contenitore solidale con il pallone e con le funi di sospensione collegate alla navicella, all’interno della quale trova sistemazione l’uomo. In caso di necessità, la navicella viene staccata dall’aerostato e il paracadute si apre per estrazione. Nel 1808 Jodeky Kuparento durante una sfortunata ascesa con la mongolfiera dimostra l’utilità del paracadute come strumento di salvataggio, infatti l’aerostato sul quale si trovava, si incendia e il Jodeky si lancia mettendosi in salvo. Ma non tutti gli esperimenti hanno successo: l’inglese Robert Cocking un pittore di acquerelli che nel 1802 aveva visto a Londra Garnerin in una sua esibizione, nota che il paracadute del francese oscilla e decide anche lui di tentare l’impresa approntando i necessari miglioramenti. Miglioramenti che gli vengono suggeriti da uno studio di Sir George Cayley, questi sostiene, in un suo trattato dal titolo “Carta della Navigazione Aerea” che le oscillazioni verrebbero eliminate utilizzando un paracadute con un disegno conico. Il 24 luglio del 1837 pubblicizzando l’evento, di fronte a migliaia di persone il pallone aerostatico, che trasporta il manufatto di Cocking , del peso di 113 kg, si leva nei cieli di Londra. La quota prevista per sganciare il paracadute è di 2400 metri, ma il peso dell’intera struttura non consente il raggiungimento di tale obiettivo perciò a 1200 metri inizia la discesa di Cocking a bordo del suo lavoro. Il mezzo di trasporto immediatamente prende velocità fino a quando gli anelli metallici che componevano i coni si strappano dal tessuto facendo collassare il paracadute, Cocking  che ha 61 anni muore nell’impatto. Recenti studi hanno dimostrato che il progetto avrebbe avuto più foruna se fosse stato più grande e meglio costruito, comunque l’incidente frenò fino alla fine del 19° secolo  lo sviluppo del paracadutismo in Inghilterra. Nel 1887 lo sviluppo del paracadute compie un altro passo in avanti: il Capitano Tom Baldwin inventa l’imbragatura rendendo il paracadutista indipendente dalla navicella. Quattro anni più tardi l’americano Charles Broadwick  progetta un paracadute abbastanza  simile a quelli attuali: imbragatura, pacco paracadute disposto sulla schiena e avvolto da relativa custodia, il tutto incorporato in una specie di giacca. In questa occasione viene introdotta un’altra innovazione: l’apertura tramite una fune di vincolo. Nel 1903 effettuano il primo volo i fratelli Wright, il mezzo da loro progettato  darà un’ulteriore impulso allo sviluppo del paracadute.

 

Nel 1908 Georgia (Tiny) Broadwick , figlia adottiva di Charles, da un pallone ad aria calda  effettua il suo primo salto all’età di 15 anni, cinque anni più tardi, il 21 giugno del 1913,  lo compirà da un’ aereo. Nel 1914  effettua cinque lanci dimostrativi alle autorità americane, influenzando non poco le autorità militari . In uno di questi lanci, la fune di vincolo si impiglia negli impennaggi dell’aereo. Per evitare il ripetersi dell’inconveniente, taglia la fune di vincolo, lasciandone uno spezzone che le permette di aprire manualmente il paracadute. In quattordici anni esegue più di mille lanci, la maggior parte in caduta libera. Muore nel 1979 all’età di 86 anni. Contemporaneamente nel 1908 Leo Stevens migliora il contenitore e il sistema di fissaggio al corpo e nel 1913 il Cap. Albert Berry, con il paracadute di Stevens ulteriormente modificato si lancia utilizzando una tecnica particolare, il lancio dall’ala dell’aereo. Pare che insieme ad un altro di nome Grant Morton sia stato il primo a lanciarsi da un’aereo. Morton si lanciò utilizzando un paracadute dalla calotta in seta che lo stesso teneva in mano, rilasciandola appena abbandonato il velivolo, mentre Berry avrebbe usato un contenitore, dove trovava alloggio la velatura, posizionato sotto la carlinga dell’aereo.

Nel 1911 l’italiano Pino inventa il pilotino, questo nuovo strumento all’inizio aveva una struttura rigida.

Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale il paracadute assume l’impiego che le strutture militari avevano intuito, cioè l’opportunità di infiltrarsi in territorio nemico per azioni di spionaggio e sabotaggio; i primi ad utilizzare questo espediente sono italiani.  Nel primo conflitto gli inglesi avevano fornito  di un certo numero di paracadute modello Calthrop, ribattezzati Angel Guardian, i piloti italiani, i quali avrebbero dovuto usarli i caso di abbattimento, ma  cause come l’eccessivo ingombro dello strumento,   le difficoltose procedure di abbandono del velivolo uniti ad una tradizione “marinaresca” che voleva i piloti seguire l’aereo anche se abbattuto fecero accantonare l’attrezzatura.  Durante una ricognizione il pilota canadese Maggiore William .Barker, asso dell’aviazione inglese,  vide un’ aviatore tedesco abbandonare il suo velivolo colpito per mezzo di un paracadute. Da questo episodio nasce nel pilota canadese l’idea di paracadutare soldati otre le linee nemiche per ottenere informazioni sulla consistenza e sul posizionamento delle truppe avversarie. Il piano viene accolto in seno all’8^armata agli ordini del Gen. Caviglia.  Per la missione vengono selezionati il Tenente degli Arditi Alessandro Tandura,  il Tenente degli Alpini Arrigo Barnaba, il Ten. Ferruccio Nicoloso e  il Ten. Antonio Pavan. Il primo ad essere impiegato la notte tra l’8 e il 9 agosto del 1918 fu il Tenente Tandura,  nativo di Vittorio Veneto. L’aereo utilizzato era un bimotore da ricognizione Savoia Pomilio, dove nella parte posteriore era ricavato un sedile ribaltabile per mezzo di una leva che veniva manovrata dal piota. Il Tandura era perciò costretto a volare con i piedi a penzoloni nel vuoto e la schiena rivolta

 alla direzione del volo, in attesa che il sedile venisse ribaltato ed iniziasse  la caduta. Il paracadute racchiuso in un involucro sistemato sotto la fusoliera e collegato per mezzo di una fune al cinturone del paracadutista, si sarebbe aperto a causa della trazione. Tandura portava con sé gabbiette con piccioni viaggiatori.

E’ doveroso riportare la testimonianza  di questo ardito,  che non si era mai lanciato e non sapeva neppure cosa fosse un paracadute, tratta dal suo libro “Tre mesi di spionaggio oltre il Piave”: “appena giunto nel campo di Villaverla, tutti gli ufficiali inglesi addetti ci vengono incontro, il magg. William Barker e il Cap. On. Welwood mi dicono che la partenza sarà rinviata di un’ora o forse due, perché devono essere eseguite delle riparazioni. Voglio vedere il mio velivolo; è un Savoia Pomilio SP2 da bombardamento. Ho un certo senso di titubanza e il sangue  accelera il suo corso e le tempie mi battono. E’ l’emozione per il primo volo. L’apparecchio mi pare cosa di morto, un’enorme pipistrello. Poi mi fanno vedere il paracadute. E’ composto da un’ombrello di seta nera,del diametro di 2 metri e mezzo; agli orli della tela dell’ombrello un’infinità di cordicelle si stacca, per raccogliersi alla distanza di due metri in un punto dal quale parte una grossa corda di caucciù del diametro di quattro centimetri e della lunghezza pure di due metri. All’estremità si sfrangia un complesso di cinghie a bretella, a cintura, a  cavallo che avvolgono il torso e lo avvinghiano saldamente . […] mi sedetti dove mi mi dissero di sedermi: in quella posizione avevo le gambe che penzolavano nel vuoto. Accomodarono l’estremità superiore del paracadute sotto la tavoletta in cui stavo seduto; distinguevo la corda di caucciù scendere  dalle mie spalle per finire sotto la carlinga. Il campo di Villaverla-Thiene era illuminato da un potente riflettore, posto in un’ angolo per le segnalazioni.  […]Pronti!!! Gridò una voce. […] Pronti risposero.[…] Due fiamme uscirono dagli scappamenti, lacerati, e l’aeroplano lambì per prendere quota […] Ora il motore è spento ed io ho la sensazione  che l’apparecchio discenda . Sento benissimo la  voce dei due aviatori che discorrono tra loro. Levo il tappo della bottiglia e bevo un sorso di cordiale. Quando meno me lo aspetto, la botola su cui ero seduto,  si apre e mi sento precipitare nel vuoto . Ah…viene in me solo un senso; le orecchie sono straziate da un sibilo che mi devasta il cervello. L’incubo dei sogni orribili!!! Ma subito ho l’impressione di essere sollevato, di tornare in su. Alzo gli occhi e vedo il paracadute  aperto. La pioggia mi sferza il viso. Oso guardare in basso e vedo strade e campi che ridono in un’altalena infernale. Mi smarrisce perdo i sensi ..e un’ attimo . Ad un tratto colpito fortemente al petto, mi trovo a terra, con le gambe all’aria. Lanciato nel vuoto da circa 1500 metri d’altezza ero caduto in un vigneto, mentre infuriava il temporale.”

Il 23 ottobre 1918 è invece la volta di Ferruccio Nicoloso  che purtroppo verrà lanciato fuori zona ( in località Osoppo-Codroipo) perciò il 24 ottobre tocca al Tenente Alpino Arrigo Barnaba di Buja  di cui possiamo riportare il link affinchè chi interessato possa veder lo strumento da lui utilizzato http://www.barnabadibuja.it/Manifestazione/Paracadute/Paracadute.html

Ai Tenenti Alessandro Tandura e Pier Arrigo Barnaba fu assegnata la Medaglia d’oro al Valor Militare mentre al Tenente Ferruccio Nicolosio fu conferita la Medaglia all’Ordine Militare dei Savoia.

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